I portici di una Trapani vestita a festa.
16 Dicembre 2011 nel numero L'anno del dragone
I portici di una Trapani vestita a festa. Piazza Mercato del Pesce, in abito da sera, possiede un non so che di charm, di eleganza colta e ricercata.Uno scenario che, in fondo, questa città nemmeno conosce. O non sapeva di possedere. Un palco su cui le luci sono state spente per troppo. Fulminate.
Le hanno accese i fermenti del Natale, le compere affaccendate di curiosi alla ricerca del particolare. Così, quello che, fino a pochi giorni fa, era lo sfondo in disuso di una via Torrearsa sprofondante, inconsapevole, nelle belle fattezze di una Piazza semicircolare, ora è diventata la nuova loggia delle sere pre-festive.
Che tempismo.
Quanto a ritrovata prontezza nulla di nuovo, si sa. Probabilmente ci vogliono fare assaporare, per come si deve, il gusto dell’interminabile attesa.
Più lunga l’attesa, più grande la sorpresa, forse. Di certo, più imprevedibile.
Il movente di cotanta ritrovata prontezza il Natale, come detto. Mercatini, per l’appunto.
Angoli di fantasia personale e ritagli scintillanti di creazioni in cui la cura del dettaglio è il numero primo da giocare, oggetti bizzarri, per così dire. Dove bizzarri non equivale all’attribuzione di connotati negativi, scorgendo in essi una porzione di stranezza fine a se stessa, ma anzi a riconoscergli quel giusto quantitativo di fuori dal comune che rende più piacevole il passeggiare tra una bancarella e l’altra.
Dai quadri in arte povera, che portano con loro il richiamo al gusto sobrio e mai invadente di un arredamento essenziale, alle originalità di stilisti nostrani, che hanno fatto della lana la materia prima di una stagione dal look invernale. Non poteva mancare il tocco dei pastorelli, i loro contorni esprimono bene le fatiche del sudore artigianale che si cela dietro l’arte di ogni creazione.
Artigiani a cui troppo di rado questa città offre l’opportunità di avanzare sulla scena. Loro, le mani pensanti di ogni bellezza che si può toccare, sono stati anche le prime vittime di una crisi che ha dovuto tagliare la strada al particolare, all’unico, e ha preferito il commercio più o meno rassicurante dei grandi numeri.
L’odore delle sfincie aleggia con non troppa discrezione, un classico intramontabile. E se provassimo a stilare un hit parade delle cose che corrono percentualmente il minor rischio di subire gli effetti della crisi, troveremmo forse anche questi buffi evergreen del palato. Talvolta la bellezza non basta. Non basta a richiamare spettatori distratti. Serve l’odore di buono, il profumo distensivo e rappacificatore di un piatto di sfincie.
Di gente, non troppa. Ci si accontenta di folle relative. Nessun panico claustrofobico dettato da impennate di calca improvvisa. Per un sabato sera ci si aspetterebbe di più. Ma è una folla relativa che non guasta. Aiuta a prendersi i propri tempi. La calma degli spazi giova all’attenzione e al godimento del dettaglio. L’età media è di ampio respiro. Si apre, nel più giovane dei casi, sui quaranta per richiudersi definitivamente, e senza possibilità di ripresa, nella probabilità massima di un arzillo settanta. Effettivamente, tra le proposte nulla dal sapore trasgressivo dei teenagers. Si punta al maturo, e lo si fa sfoderando oggetti destinati ad essere ricoperti dalle attenzioni di donne che sanno riconoscere il fascino del buon gusto.
Che poi queste attenzioni si trasformino in azioni, in acquisti reali, bè, non poche perplessità.
Si guarda, ma non si tocca. E questa volta non è la nonnina di turno a sussurrarlo con dolcezza al nipotino capriccioso, no. È il vocione di una crisi che tira per i capelli le tentazioni legittime di un desiderio innocuo, tiene immobile la mano in tasca, la afferra e la bastona di rimorsi non appena si accinge anche solo a sfiorare il ruvido velluto di quel cappello poggiato sulla bancarella di un lusso piccolo piccolo.
Si chiude la sfilata di un disincanto vestito a festa. Le luci si accendono sulla strada di ritorno di chi non ha comprato niente.
alessandra arini
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