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Mentre i pompieri ragionano su come spegnere l’incendio, la casa va a fuoco e l’edificio crolla. Non è una metafora, è semplicemente il racconto fedele della realtà. Si è appena concluso un summit internazionale che si è limitato a certificare la crisi. Come se non ce ne fossimo accorti. Soprattutto noi del meridione d’Europa. .jpg)
A guardare le cifre della crisi anche il più sprovveduto ragioniere avrebbe capito che con le sole dichiarazioni di principio non si salva la baracca. Purtroppo siamo ancora fermi ai buoni propositi.
Il governo ha da fare una cosa semplicissima, almeno in apparenza: aprire subito i cantieri per le opere pubbliche e attivare le misure a garanzia del credito con i decreti attuativi senza i quali l’accesso alle risorse bancarie resta complicato per buona parte del sistema produttivo.
Le banche, infatti, hanno stretto i cordoni della borsa e si rifiutano di erogare anche i mutui già concessi. Di più: usando come alibi le norme di Basilea 2, stanno revocando anche quei meccanismi di autofinanziamento perché ritengono che tutti i clienti, ormai, sono a rischio.
Decine di aziende sono nei guai e le banche stanno a guardare preoccupati solo di salvaguardare i propri patrimoni a rischio per gli investimenti sbagliati che loro stesse hanno fatto.
Le misure anticrisi, ipotetiche fino a questo momento, si limitano a dare un paracadute agli istituti di credito.
Dalla crisi si esce solo in due modi: con un piano economico e con un piano per il sostegno dei redditi. Gli investimenti debbono servire per riaprire i cantieri e, invece, ci accorgiamo che i cantieri, uno dopo l’altro, stanno chiudendo per asfissia. E bisogna partire dalle piccole opere, come le manutenzioni ordinarie e straordinarie. Gli Enti locali, per la verità, hanno già messo in conto una serie di opere pubbliche da appaltare, solo che non hanno i soldi per aprire i cantieri.
Dare i fondi ai Comuni e alle Regioni: in questo modo si inietta un po’ d’ossigeno all’economia e si salva l’occupazione. E’ la ricetta adottata dagli Usa proprio in questi giorni: lavoro alle imprese e aiuti alle famiglie attraverso sgravi fiscali, veri e non ipotetici: 787 miliardi di dollari di cui il 52% sono spese per investimenti e 42% tagli alle imposte.
Vedo sfilare quotidianamente le facce di imprenditori che si sono visti negato l’accesso al credito dai funzionari delle banche per gli effetti di Basilea 2, un sistema imposto alle imprese e i cui effetti sono solo a vantaggio del sistema bancario. Condivido e faccio mia la proposta del presidente della casa editrice Mursia: Moratoria su Basilea 2. Se hanno allentato i parametri di Maastricht, si potranno bene allentare quelli di Basilea 2 e dire chiaramente alle banche che non possono usarli come clave per disintegrare le aziende.
Attenzione, qui non stiamo parlando di grande aziende con migliaia di lavoratori. Molti fanno finta di non sapere che il tessuto economico italiano è retto soprattutto dalle piccole e medie imprese.
Eppure quando si parla di misure anticrisi, tutti si fanno belli con progetti che riguardano le banche e le grandi imprese.
Di recente è stato pubblicato un rapporto conclusivo su un’indagine che ha riguardato 1600 aziende distribuite su tutto il territorio nazionale. Lo ha prodotto la Fondazione per la sussidiarità sotto la guida del professor Carlo Lauro dell’Università Federico II di Napoli.
Le risposte dovrebbero fare riflettere: i piccoli e medi imprenditori italiani dichiarano di non volere privilegi, né aiuti clientelari a pioggia, ma che sia loro concessa di nuovo quella libertà di azione compromessa da mille lacci e laccioli che ostacolano il loro lavoro.
Infatti il 54 per cento degli intervistati vuole più semplificazione amministrativa e fiscale per favorire lo sviluppo; il 53 per cento delle imprese vuole più decentramento; per l’85 per cento il sistema economico non è sufficientemente liberalizzato e le imprese auspicano una maggiore eguaglianza nell’accesso al mercato.
Davide Durante
Inserito il 20 febbraio 2009
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