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Il lavoro
che non c' è

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na vita da precario.

Il precariato è un termine assai ripetitivo e ultimamente è entrato ancora di più nell’uso comune forse con riferimento al fatto che la collocazione da precario è assai praticata.

Evidentemente la mancanza di lavoro certo orienta verso delle scelte non garantite né sotto il profilo di una paga adeguata e nemmeno per la durata nel tempo.

Da qui la definizione di lavoro precario.

Evidentemente chi sceglie di essere precario non lo fa perché sceglie di fare una vita da precario.

L’obiettivo è quello di arrivare alla stabilizzazione, altro termine molto frequentato, e l’indirizzo va sempre al pubblico, al massimo alle società partecipate.

Per raggiungere l’obiettivo sono a disposizione diverse possibilità, alcune da mettere in atto direttamente, ma non mancano certo agevolazioni indirette consistenti in aiuti o favori.

Per il primo caso ci si riferisce a scioperi o manifestazioni messe in atto al fine di ottenere riconoscimenti per un ente che ha chiuso o per una ditta che è fallita, ma sicuramente la circostanza più praticata viene dal comparaggio politico.

Alcune fortune elettorali vengono da precise scelte di frequenti infornate di precari che hanno fatto aumentare notevolmente l’organico di aziende pubbliche ed Enti locali, mettendo in crisi gli amministratori.

In alcuni piccoli comuni il numero dei precari supera l’organico reale, in certi casi oltre a non sapere come impiegare il personale si arriva al punto di non avere i tavoli e le sedie dove allocare i nuovi arrivati.

Il caso eclatante è comunque la Forestale dove a fronte di un organico di circa 30.000 dipendenti la reale esigenza sarebbe di non più di 4-5 mila.

I guasti che hanno creato e continuano a creare queste situazioni sono notevoli.

Prima di tutto di carattere economico per le finanze pubbliche, a partire dalla Regione ed a finire con le casse degli Enti Locali.

Molti Comuni non sono in grado di stabilizzare perché non hanno le risorse e in ogni caso, se si riuscisse, sarebbero risorse sottratte dai Comuni agli obblighi di istituto e quindi creerebbero disservizi per i cittadini.

Inoltre quando i precari vengono assegnati a determinati lavori, questi non potranno dare risultati ottimali perché non sempre si incontrano volontà e capacità con il tipo di lavoro assegnato a caso.

Di fronte ad una esigenza così assillante di sistemazione non si potranno più fare concorsi indirizzati ad assumere lavoratori di un certo tipo e quindi mancheranno le specificità per le esigenze di gestione.

Per chiudere, il lavoratore precario o stabilizzato sarà sempre demotivato perché non esce dal suo stato interiore di precariato.

E’ stata sicuramente una stagione infelice perché in un sistema economico di tipo capitalista ed occidentale, ampiamente ricercato da chi rischia la vita per entrare, pensare che c’è gente che cerca un lavoro a qualunque prezzo e rischia di farlo per tutta la vita, costituisce francamente un fallimento del sistema.

Malgrado tutto questo non sarebbe possibile mettere fuori quelli che già ci sono, si potrebbero però tirare fuori da questa esperienza un paio di scelte.

Prima di tutto bloccare le entrate di nuovi precari, ma nel contempo predisporre le condizioni per un processo di sviluppo che possa consentire la formazione di posti di lavoro veri e giustamente retribuiti, indirizzando i candidati secondo le attitudini e le capacità.

Per quelli che sono precari in atto, la ricerca dovrebbe andare verso la costituzione di cooperative, accorpando soggetti con attitudini simili supportando in termini di avvio e facendo in modo che a questa iniziativa arrivi parte del lavoro che gli Enti debbono esternalizzare.

Aldo Grammatico

Inserito il 23 gennaio 2009

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