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La memoria della vetta

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Per chi passa da Erice in cerca di antiche vestigia di cultura è d’obbligo ricordare Antonino Amico, inteso il canonico per antonomasia quando erano già scomparsi nel secondo dopoguerra i canonici della Collegiata Matrice e rimaneva da solo accanto al giovane arciprete Giuseppe Agosta (1922-2007) teologo, poi rimpiazzato dal calatafimese Salvatore Spatafora (1917-2002), presenti due altri preti anziani, a parte qualche cappuccino che saliva su dal convento nel Cimitero. Immagine riferita a: La memoria della vettacorso

Lo si intravedeva attraversare le tortuose vie anche ammantate di nebbia, avvolto di nero e ricurvo, appena visibili le mani reggenti il bastone e la testa con immancabile papalina. Negli ultimi anni cinquanta lo si coglieva ormai poche volte all’organo nella festa di fine agosto e più spesso allo scrigno della Biblioteca dove aveva alternato quasi l’intera sua esistenza con la chiesa di San Pietro, chiesa cui era annesso l’Istituto San Rocco che accoglieva ragazze di tante età e le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli. Per anni era stato vicario foraneo, ossia di zona, del vescovo, a riprova del prestigio goduto tra i preti ed era riuscito a reperire e conservare l’intero archivio storico ecclesiastico ericino dalla metà del XVI secolo ai suoi giorni, ora donato da lui all’archivio storico del Comune, contro le insistenti richieste della Curia vescovile.

Così mi apparve agli inizi dell’estate 1950, la prima di quelle trascorse da seminarista, palermitano e poi romano, in vacanza nella città del Monte, dove sarei tornato giovane prete trapanese nell’ottobre 1958 per rimanervi anche da parroco fino all’ottobre 1972.

Antonino Amico mi accolse, da subito, nel ritiro della sua casa vicino Porta Trapani e rispecchiava in me le sue esperienze giovanili, di cui mi forniva tanti particolari, quando intercalava i discorsi di attualità religiosa e civile con la sua opera di amanuense, di archivista e di paleografo, di cui mi esortava a riscoprire quei manoscritti lasciati alla Biblioteca, dove diventavo gradatamente assiduo e dove trovavo chi vi si recava da giovane insegnante e avrebbe poi rimpiazzato il canonico da nuovo direttore, Vincenzo Adragna (1929-1999).

Due personaggi di Erice in declino, Amico ed Adragna, uniti nell’amore alla riscoperta delle tradizioni culturali della città, con un pizzico di satira mordace e subdola con cui avvaloravano la presentazione di documenti e personaggi portati da loro alla ribalta. E ciò anche se non erano maestro e discepolo, lontani per formazione e generazione, né provenivano dallo stesso ambito sociale. Antonino Amico viveva a cavallo tra i due secoli quando incontrava Adragna nato nel ventennio fascista e giovane militante nell’autonomia repubblicana della Regione Sicilia. Eppure non ci si può accostare all’opera di Adragna, senza presupporre il lavoro immane condotto da Amico per reperire, custodire, catalogare, archiviare, trascrivere ed interpretare, ma anche testimoniare con osservazioni e giudizi. E ciò nonostante Adragna sia stato un moderno pubblicista-scrittore di impronta laicista, ed Amico sia rimasto amanuense, paleografo ed archivista, ed essenzialmente prete. Immagine riferita a: La memoria della vettaerice

La produzione di Amico resta manoscritta, apprezzata per l’impareggiabile chiarezza della grafia, sulla scorta di quanti nei secoli l’avevano preceduto nel reperire e conservare la documentazione storica della trimillenaria città. Ad eccezione del domenicano Giuseppe Castronovo (1812-1893) che Amico conosceva e seguiva da giovane prete, di ritorno dai suoi studi presso i gesuiti di Siracusa. Castronovo, infatti, aveva dato alle stampe la maggior parte dei suoi scritti, tranne poche pagine di Meditazioni su Erice e la prestigiosa raccolta di annotazioni Erice Sacra, stracolma di tanta documentazione, cui Amico apponeva le sue aggiunte documentarie e le sue precisazioni. Due eruditi diversi, Castronovo ed Amico, limitrofi per appartenenza cronografica, seppure rappresentanti di due concezioni della storiografia all’interno del movimento conservatore. Per Castronovo la ricostruzione documentata deve servire ad esaltare l’appartenenza alla città e deve proiettare al mantenimento delle sue prerogative, con qualche estrema, anche se talora lungimirante, concessione, segnatamente quella del trasferimento dell’amministrazione a valle; per Amico raccogliere e trascrivere valeva più che narrare a generazioni ormai staccate dalla cittadinanza e mortificate dai mutamenti sociali incalzanti che esigevano capacità di critica e di adattamento. Per questo Amico non indulge nella descrizione delle memorie patrie e la sua cronaca pungente completa la sua attività di raccoglitore e catalogatore; soprattutto trascrive per salvare dalle ingiurie del tempo e dalla insulsaggine degli incompetenti, laici o preti non importa. E tutti Amico giudica dal rispetto manifestato al documento, all’episodio, al dato tradizionale superstite: così diventa testimone della sua epoca, come da lui vissuta in una città conformata alla memoria trascritta a mano e lontana dalla ripetitività indotta da stampa e commerci, appena aperta ai nuovi strumenti della comunicazione onnicomprensiva dei nostri giorni. Immagine riferita a: La memoria della vettaerice

Basti questo cenno per ritenere assai preziosi i manoscritti dove Amico ha lasciato la sua immagine di studioso e di uomo, ma anche di prete attento alla memoria devozionale. Bisognava dargliene merito almeno nel primo cinquantennio dalla sua scomparsa, avvenuta il 17 dicembre 1959. Ma l’occasione si è persa, nonostante il progetto, da tempo avanzato, di esporre nel giardino Balio il busto di bronzo depositato da decenni in Biblioteca e, contestualmente, di dare alle stampe almeno il più breve dei suoi manoscritti, appena 57 pagine in ottimo stato di conservazione e degne di apparire in fotoriproduzioni, il manoscritto 68/1 Notizie storiche ericine ricavate dagli atti degli antichi notari. Ed è risultato eccessivo chiedere alla parte ecclesiastica la riproduzione di 275 pagine Capitoli delle venerabili confraternite, congregazioni e compagnie religiose esistenti nella città di Monte San Giuliano. Si sarebbe proposta la traccia per gli altri più corposi manoscritti, quelli che lo presentano cronista sagace degli avvenimenti a lui contemporanei, Storia politica poesia o Diario storico oppure Cronistoria ericina, a parte la raccolta di incisioni del settecento o le costumanze tradizionali sui trasporti della Madonna di Custonaci dal 1570 al 1710. Altrimenti, per chi ignora i suoi manoscritti, la figura dell’indimenticabile bibliotecario di Erice sarà circoscritta alle sue pubblicazioni, i pochi panegirici occasionali e gli immancabili versi ridondanti, tanto di moda allora.

Ciò che rimane da apprezzare si trova al di là, proprio nei manoscritti. Sicché ancora a lungo solo pochi, che vi accedono, misureranno la valenza di quest’ultimo prete nativo di Erice, amanuense, paleografo, archivista e testimone. Appunto il canonico Amico.

Salvatore Corso

Inserito il 29 gennaio 2010

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