Riassunto delle puntate precedenti:
Marlon Robert, detective privato, accetta l’incarico della bella Elena e cerca prove che la scagionino come artefice della guerra di Troia. L’investigazione lo conduce sulle orme dell’inafferrabile puparo Euripide che, nonostante le indicazioni di un corvo cinematografaro, gli sfugge sia a Purgatore che a Betlemme. Una nuova traccia gli si offre durante il cenone della Vigilia...
L’Arancia Metalmeccanica non era un locale di classe e, per l’ultima sera dell’anno vecio, non volevo ritualizzare con un menu barbarico. Perciò m’appollaiai nella zona bar da dove godevo di una privilegiata panoramica di tavoli e pista da ballo.
S’accostò una cameriera. Minigonna troppo mini, tacchi alti troppo alti, camicetta troppo scollata con reggiseno dall’incrocio magico troppo poco magico. Per lei tutto era troppo o troppo piccolo: la mise, il pianeta, l’encefalo. Aveva il viso freddo come l’acciaio. Abbozzò un sorriso e fece male, a lei e pure a me. Quel sorriso era tanto falso che mi fece venire la pelle d’oca. Distolsi lo sguardo.
- Salve, tesoro!, disse, cosa prendi?
All’altezza della vita era scoperta. Sull’ombelico aveva un piercing con la capocchia a forma di sole. Evitai di guardarla negli occhi e decisi di parlare all’astro.
- Vodka ghiacciata. Ma che sia vodka e basta, no limone, no melone, no liquirizia...
- Certo, tesoro. Vodka e basta!
S’allontanò azzardando un passettino da geisha, poi provò ad alternare le natiche in modo seducente. Un disastro! Mi salvò dalla depressione una locandina che segnalava il nome del DJ. Direttamente dalla Gallia: Pier Dieu! Certo, dietro l’anagramma si nascondeva ancora lui: Euripide!
Il DJ-Set era previsto da mezzanotte in poi. Per ora il cenone era ammorbato da un pianista-bar con annessa vocalist. Pensai a Poly, alla sua magnifica ugola... il pensiero fu dissolto da una pietanza che mi ritrovai sotto il naso: era il risotto vercellese con salsiza piasentina e radicio trevisano. Me lo porgeva la cameriera d’acciaio.
- È da parte di un ammiratore, tesoro!
- Non ho voglia di vivande barbare, dov’è la mia vodka?
- Sei sgarbato a rifiutare, tesoro, è un dono di Retna.
- E chi sarebbe Retna?, le parlavo continuando a fissarle il piercing.
- Una sbarbina indiana. Un boss di Bollywood, Shiva, se ne incapricciò e la voleva. Come regalo di nozze, Retna gli chiese di sfamare il suo popolo. Shiva accettò e la prese ma poi non mantenne la promessa elettorale. Sedotta e bidonata, la pollastra si gettò nel sacro Gange. La sua anima si mutò in una pianta dai chicchi bianco-dorati: il riso. E così, malgrè Shiva, gli indiani ebbero di che nutrirsi. Sai, tesoro, studio per diventare antropologa e per pagarmi le tasse universitarie lavoro qui.
- Grazie della storiella, stella! Anche per i cinesi il riso nasce per la frustrazione di un dio ma, né in India e né in Cina, lo servono con salsiccia e radicchio.
Mentre parlavo con quel piercing, una voce nota arrivò alle mie spalle.
- Non mi causerà uno scontro etnico per una questione culinaria, Mr Robert? Il riso è trasversale: arriva da oriente tramite la mitica “Porta del pepe”, e da Alessandria d’Egitto salpa per l’Europa. Via Sicilia, giunge a Roma dove i gladiatori si dopavano con decotti di riso. Ma costava ancora molto e potevano permetterselo solo gli squadroni del nord e poi al sud non c’è acqua e le risaie attecchiscono meglio in Padania. Come recita l’adagio? Il riso abbonda nelle risaie di Vercelli, no?
Era il Duca Corvo. Dove voleva arrivare col suo riso beffardo? Eh, ma, stavolta non mi sarei lasciato indurre in distrazione.
Continua...
Inserito il 29 gennaio 2010
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