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Sul mobile, alla destra della scrivania di Gaspare Panfalone, si trova una gru in miniatura. È adagiata su una mensola, in compagnia di una schiera di altri modellini: non la si può ignorare mettendo piede nell’ufficio del manager della Ttl Trident Group srl, l’azienda specializzata nei traffici portuali. Immagine riferita a: La barcanon va piùvella

Per ironia della sorte, proprio nel cuore amministrativo e dirigenziale del gruppo imprenditoriale, fa bella mostra di sé, come un piccolo cavallo di Troia, quello che è diventato l’emblema della protesta dei 42 dipendenti della concorrente Southern Cargo Service, finita in cattive acque.

Mentre parliamo, a qualche isolato dalle vetrate luminose della Ttl, il fronte di guerra, la banchina Isolella, è ancora caldo . Il presidio dei dimostranti della Scs permane, anche se i toni sembrano meno incandescenti e il quadro della situazione è in parte cambiato. Dal giorno in cui quattro degli operai in cassa integrazione e a rischio licenziamento sono saliti su una gru per gridare, a 20 metri d’altezza, che la Ttl aveva rubato loro il lavoro, il nome di Panfalone è stato affiancato ad altri due nomi noti del settore: quelli dei fratelli Carlo e Domenico Figliomeni (con cui un tempo Panfalone era socio), alla guida della Scs. Le accuse mosse alla Ttl dai lavoratori della parte avversa e dalla Fit Cisl, sono precise: ottenuta l’autorizzazione ad operare in ambito portuale dall’autorità marittima lo scorso maggio, la Ttl avrebbe sottratto alla Scs commesse, non rispettando il piano di sviluppo dei traffici. Le verifiche condotte, però, dalle autorità competenti e dal prefetto Trotta, che si sta interessando della questione, andrebbero in una direzione diversa, spostando l’attenzione su un’altra causa: l’infruttuosa fusione della Scs con la Saem, società di autotrasporti fortemente indebitata.

In questo discusso contesto, s’inserisce la voce del patron della Ttl, che, rivendicando il diritto alla libera concorrenza, espone la sua verità su quanto sta avvenendo. Si tratta dell’attività aggressiva di una società contro un’altra società, basata su bugie. La Scs vuol tornare al duopolio in vigore fino al 2008, con l’Impresa Portuale attrezzata ad imbarcare e sbarcare mezzi per traghetti e la Scs, equipaggiata per sbarcare e imbarcare merci in container, merci alla rinfusa e merce pesante, libera di praticare le tariffe a proprio piacimento. E poi il dire “il lavoro è mio” a quale logica culturale risponde? Immagine riferita a: La barcanon va piùtrident

Una manovra studiata che, per il manager, strumentalizza il malessere operaio. Le manifestazioni eclatanti sono sorte proprio in prossimità del rilascio delle nuove concessioni per il 2010, osserva e, visto che la carta canta, più delle parole dette, il manager si avvale di comunicati, bilanci e dati ufficiali, per dimostrare che il carico di lavoro è tutt’altro che calato. Rispetto al 2008, nel 2009 c’è stato un aumento di circa il 21 per cento, con un totale di 9.625 contenitori sbarcati e imbarcati. Lo sviluppo portuale c’è e garantisce un ritorno all’economia cittadina. Ne è un esempio, l’incremento del traffico di navi crociere, nostro successo. E col sorriso compiaciuto con cui snocciola i punti di forza della società (la capacità di restare sul mercato, la capillare azione di contatto del cliente, le tariffe più basse praticate) Panfalone passa al contrattacco, tradotto per vie legali con la querela alla Scs. La crisi era precedente al nostro insediamento. Lo stesso segretario  della Fit Cisl Nino Napoli ha riconosciuto che la Scs aveva già intrapreso nel 2008 l’iter per la  cassa integrazione. Inoltre, la Saem, al 30 aprile 2009, data del suo accorpamento alla Scs, aveva una passività di quasi due milioni di  euro. Debiti che ha portato “in dote” alla Scs insieme ai contratti di lavoro dei suoi autisti e del suo personale contabile, oggi spacciati per portuali senza esserlo mai stati. La Cisl dovrebbe prendersela con i datori di lavoro della Scs e non con quelli dell’impresa opposta. Immagine riferita a: La barcanon va piùlavoratori

Intanto, tempi bui si prospettano anche per l’organico della Ttl e sull’argomento, Panfalone chiosa: la situazione di illegalità permane. La sosta delle gru sulla banchina ostacola e rende poco sicure le normali operazioni. Perciò, abbiamo avviato le  procedure di cassa integrazione per buona parte dei nostri 90 lavoratori.

Una vicenda complessa che riserva dei pericoli: la paralisi del porto (a tal proposito, l’arrivo della nave container attesa in settimana è saltato), l’eventuale spostamento delle commesse sul bacino di Palermo, ma soprattutto i tanti posti di lavoro che rischiano di essere falcidiati. Un’emergenza occupazionale su cui istituzioni, autorità e mondo imprenditoriale, al di là delle diverse posizioni, non possono esimersi dall’interrogarsi, chiedendosi se lo sviluppo del sistema portuale segua gli interessi della cittadinanza tutta o solo quelli, dettati dai registri contabili, di pochi. E, in questo caso, va chiarito se si può parlare davvero di sviluppo.

Antonella Vella

Inserito il 29 gennaio 2010

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