L’ipotesi di unire Trapani ed Erice in una Grande Città è come l’Araba Fenice: tutti ne parlano ma nessuno la prende sul serio.
Non stiamo qui a discutere su chi è favorevole e su chi è contrario. In questo numero ospitiamo la tesi fusionistica di un personaggio di spicco della cultura cittadina. Silvio Mazzarese, trapanese d’importazione, espone con la consueta lucidità i motivi che lo spingono a favorire l’unione tra due Comuni confinanti. La sua è una esposizione scientifica e non di pancia; men che meno politica, nel senso di una tesi partigiana. Saremo lieti di accogliere anche tesi diverse e contrarie, perché questo è il sale della democrazia e solo il confronto può fare crescere le coscienze.
Da parte nostra non possiamo che focalizzare il discorso su un fatto molto semplice, di procedura.
Le strade che portano alla Grande Città sono tre. Una è quella del referendum popolare richiesto direttamente dagli elettori di Trapani ed Erice; l’altra è una delibera votata a maggioranza dai rispettivi Consigli comunali e, infine, un referendum indetto direttamente dalla Giunta regionale.
A guardarli così sembrano tre meccanismi semplici semplici. E allora dove sta il problema?
L’asino casca quando si tratta di raccogliere le firme perché ne occorrono in numero tale da coprire un terzo del corpo elettorale (compresi gli abitanti all’estero con diritto di voto). E già l’impresa diventa titanica sia dal punto di vista organizzativo che logistico.
Rimangono le altre due vie, per così dire istituzionali. Ed è qui che casca l’asino, di nuovo, perché nessuno dei consiglieri comunali, finora, ha osato lanciare la proposta di delibera per dare il via libera al referendum. Men che meno c’è stata una richiesta in tal senso nella sede della Regione Sicilia.
Prima ancora che nazional-popolare, la decisione di unire i destini amministrativi ed economici di due Comuni è solo ed esclusivamente politica. Ci sorge il dubbio, allora, che i nostri politici non vogliano affrontare questo argomento e ci piacerebbe capire il perché, dal momento che, a parole, tutti, o quasi tutti, si dichiarano d’accordo con il progetto della Grande Città che porterebbe vantaggi alle rispettive popolazioni.
Che uno sia favorevole o contrario non dovrebbe avere paura di un referendum. In ogni caso sarà il popolo a decidere se essere cittadini della Grande Città.
A proposito, come ci chiameremmo, eventualmente?
Trapanesi no, ericini nemmeno, grandini forse.
Inserito il 20 novembre 2009
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